domingo, febrero 15, 2009

Entrevista sobre la crisis y la deuda

Acaba de salir una entrevista realizada por la revista italiana MissiOnline.org a mi persona acerca de la gestión de la deuda externa de los países sudamericanos, con especial atención en el Ecuador, en el contexto de la actual crisis sistémica internacional. La entrevista fue realizada por el periodista Alessandro Armato y el texto puede ser leído en el siguiente enlace.

01/02/2009   
L’analisi dell’economista peruviano Raul Mauro
Crisi, torna l’incubo del debito
di Alessandro Armato
L’Ecuador ha dichiarato una moratoria sui pagamenti: «Una mossa velleitaria. Ma il problema rimane molto serio» 

La recente decisione del presidente ecuadoriano Rafael Correa di dichiarare una moratoria su parte del debito estero dell’Ecuador (cfr box) ha riportato alta l’attenzione sul problema dell’indebitamento dei Paesi latinoamericani. Nonostante il considerevole boom economico vissuto dalla regione negli ultimi anni, il peso del debito estero continua a soffocare lo sviluppo e a produrre povertà in tutta l’America Latina. E la situazione minaccia di peggiorare a causa dell’attuale crisi economica mondiale. Mondo e Missione ne ha discusso con Raul Mauro (nella foto), peruviano, docente universitario e analista economico di Latindadd, rete latinoamericana che si occupa specificamente di debito, sviluppo e diritti.
Come commenta la decisione dell’Ecuador di non pagare parte del suo debito?
Si tratta di una decisione sovrana, che vuole garantire il massimo benessere ai  cittadini. Ma ritengo anche che sia stata presa senza considerare adeguatamente le conseguenze. L’Ecuador è un Paese piccolo e lanciandosi da solo in un’avventura di questo tipo corre grossi rischi. Consideriamo il precedente del Perù: non c’erano state dichiarazioni simili, si era deciso unicamente di limitare il servizio del debito al 10 per cento del valore delle esportazioni. Eppure il Paese ha comunque su- bìto le conseguenze delle misure disciplinari dei creditori, principalmente del Fondo monetario internazionale. 
L’Ecuador quindi potrebbe pagare cara questa decisione…
Il problema è che la moratoria avviene in concomitanza con la crisi economica internazionale. Le opportunità di credito per finanziare i Paesi in via di sviluppo sono sempre più limitate. In questo modo l’Ecuador si è chiuso le porte del credito prima del tempo. Probabilmente l’amministrazione Correa sta pensando di ricorrere a prestiti di Paesi come Cina, India o Iran. Ma credo che il Paese andrà dritto verso un collasso economico. 
Parte del denaro che Correa non intende pagare lo deve al Brasile. Secondo lei c’è il rischio di un imperialismo finanziario brasiliano in America Latina?
L’imperialismo finanziario brasiliano è già un fatto compiuto. Alcuni analisti si domandano se nel 2020 i Paesi andini parleranno mandarino o portoghese. Probabilmente parleranno entrambe le lingue, ma non c’è dubbio che il Brasile abbia un interesse strategico primario a incrementare il commercio con l’Asia. Per fare questo sta investendo molto sulla costruzione di porti e sull’infrastruttura stradale necessaria per attraversare le Ande. Il Brasile è un alleato strategico per l’Ecuador. Ma con atti come questo l’amministrazione Correa si allontana senza necessità dai potenziali benefici di questa partnership.  
Negli ultimi anni l’attenzione nei confronti del problema del debito dei Paesi latinoamericani si  è affievolita. Significa che è in via di soluzione?
Il problema è stato percepito come meno grave per via del boom delle economie latinoamericane. Ciò ha portato a una riduzione del peso e del servizio del debito negli indicatori tipici che ne valutano la sostenibilità: il rapporto tra debito ed esportazioni e tra debito e Pil. Ma questi indicatori non permettono una valutazione reale, perché non considerano aspetti fondamentali come la formazione di capitale nazionale per creare industria e, attraverso questa, lavoro. Le cifre dimostrano che le rimesse di utili verso l’estero sono aumentate quasi quanto le esportazioni. Significa che l’unica cosa che stanno percependo i Paesi sono le tasse doganali. Il denaro a disposizione basterà unicamente per finanziare programmi di assistenza sociale. Che non sono malvagi in sé, ma bisognerebbe considerare anche la responsabilità delle imprese nel creare impieghi dignitosi. 
Che effetto può avere l’attuale crisi economica mondiale sul problema del debito?
Si dovranno operare tagli a causa di una crisi che non è stata generata in questa regione. E questo anche se abbiamo tenuto i conti in ordine, dopo la lezione appresa negli anni Ottanta. 
Quali sono i Paesi latinoamericani che oggi soffrono maggiormente il problema del debito?
Il caso più eclatante oggi è quello dell’Argentina. Nonostante la rapida ripresa degli ultimi anni, non ha potuto rinegoziare adeguatamente i termini del suo debito estero il cui peso è ancora elevato. Le esportazioni bastano appena per reperire le risorse per pagare i debiti a breve termine. A favore degli argentini c’è tuttavia il fatto che loro, a differenza dell’Ecuador, possono sedersi a negoziare con i loro creditori. 
Dopo avere cancellato parte del suo debito con il Fondo monetario internazionale, però, l’Argentina ha fatto ricorso a prestiti dal Venezuela con interessi più cari. 
A quanto pare è stata l’unica strada ragionevole per finanziare la spesa pubblica. Il Venezuela ha offerto credito senza porre condizioni sulla politica interna, come sono soliti fare il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. Anche se potrebbe essere criticabile, la scommessa per lo sviluppo di un mercato finanziario regionale sud-sud è desiderabile rispetto all’inondazione di crediti provenienti da istituzioni finanziarie del nord. 
Qual è, a suo avviso, il maggiore ostacolo per risolvere il problema del debito?
L’idea che sia un problema di natura solo tecnico-economica. Dietro i debiti esistono molte storie di corruzione che non vengono considerate. Dietro i debiti ci sono persone che stanno cercando di progredire, ma dato che i governi non possono stanziare le risorse necessarie, né possono imporre le regole per promuovere il proprio benessere - ad esempio attraverso un’educazione e una salute migliori - finiranno per andarsene dai loro Paesi, perché non offrono possibilità. Oppure protesteranno violentemente, come è accaduto in questi ultimi anni in cui la disuguaglianza è aumentata in modo eclatante no nostante il boom economico.
Come vede il problema Latindadd?
Il problema è politico e riguarda il modo in cui la società globale concepisce i rapporti. In questo senso il debito si è convertito in uno strumento attraverso cui alcuni governi forti tengono in ginocchio altri più deboli, pregiudicando le possibilità di questi ultimi di ridistribuire e raggiungere una crescita economica sostenibile. Crediamo che i Paesi meno sviluppati abbiano il diritto di proporre le loro soluzioni concertate, liberati dal problema del debito, per raggiungere il maggior benessere per le nostre società.  
Lei quindi pensa che il meccanismo del debito risponda a una strategia di dominio dei Paesi più ricchi…
Credo che si sia convertito in uno strumento di dominio solo col tempo.  Il debito è diventato un’opportunità per fare grandi affari a spese di governi fragili. Il problema non dipende nemmeno dalle regole del mercato. Dipende piuttosto dal fatto che i Paesi latinoamericani sono relegati al ruolo di produttori di materie prime. Se i tentativi di avviare processi di industrializzazione sono quasi sempre falliti è perché sono stati scoraggiati e frenati attraverso il debito. 
Nel mondo cattolico, specialmente durante il Giubileo del 2000, si è chiesto a gran voce il condono del debito nei Paesi in via di sviluppo. Oggi in America Latina la Chiesa è sempre attenta a questo problema? 
La Chiesa ha continuato a compiere sforzi anche dopo il Giubileo, anche se i governi hanno preferito parlare meno su questo tema. I progressi sono stati reali, ma limitati. Tuttavia è possibile che, sulla spinta della crisi finanziaria globale, la Chiesa torni nuovamente a guidare l’iniziativa proposta allora, affinché i principi di solidarietà e impegno per i diritti umani possano brillare con maggiore significato e  rifondare l’economia globale
Cosa spera che venga fatto per risolvere in profondità il problema del debito? 
È necessario stipulare un nuovo accordo globale che rifondi l’economia e la politica mettendo al centro la persona in qualsiasi parte del pianeta. L’attuale crisi economica ha messo in evidenza che una rifondazione dell’economia non servirebbe solo ai Paesi poveri ed emergenti, ma anche ai Paesi ricchi. Le condizioni per una convergenza sui diritti umani ci sono, manca ancora una leadership chiara, che scommetta sui diritti non solo dei cittadini dei Paesi ricchi, ma anche dei Paesi in via di sviluppo. Forse, in vista di una soluzione definitiva del problema del debito, sarebbe stato utile se la campagna del 2000 fosse coincisa con l’attuale crisi economica globale. Avremmo bisogno di un Giubileo 2009-


2010… debito e interessi catene allo sviluppo
Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha dichiarato guerra al sistema finanziario internazionale quando, lo scorso novembre, ha annunciato che il suo governo «cercherà di non pagare il debito illegittimo, il debito corrotto, il debito illegale» ed esigerà sanzioni per chi si è reso responsabile della lunga serie di irregolarità, evidenziate dal lavoro di una Commissione ad hoc. Il debito estero del Paese attualmente è pari a 10 miliardi di dollari. In particolare, l’Ecuador intende rinegoziare a suo favore il debito commerciale relativo ai buoni Global 2012, che ammontano a 510 milioni di dollari, e ai buoni Global 2030, che raggiungono i 2,7 miliardi di dollari; e nel frattempo il Paese ha già dichiarato due volte una «moratoria tecnica», cioè una sospensione temporanea del pagamento degli interessi dei buoni Global 2012 e Global 2015. Quasi l’80 per cento del debito ecuadoriano riguarda operazioni di rifinanziamento, mentre solo il 20 per cento è stato destinato a progetti di sviluppo. Secondo Hugo Arias, membro della Commissione, negli ultimi decenni l’Ecuador ha ricevuto crediti per circa 80 miliardi di dollari. Al momento ha già restituito 127 miliardi, ma deve ancora oltre 10 miliardi.  A.A.

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